E all'improvviso... un suono alle mie spalle.
L'inconfondibile rumore di un piede che sfrega per terra, sull'asfalto.
Come in un brevissimo millesimo di secondo atemporale e immediato, anche l'ultimo tassello tornò al suo posto. Un meccanismo in miniatura che avevo ricostruito nella mia scatola cranica, ingranaggio dopo ingranaggio, come in un puzzle. Ma prima non riusciva ancora a girare, come invece faceva l'originale. Ora girava. E il risultato, il prodotto della fabbrica arrivò sotto la forma di un mio semplice sgranamento di occhi. Non urlai, non scappai. Allargai al massimo possibile le mie palpebre, fissando il sole a tre quarti del cielo, dinanzi a me, che mi colpiva in pieno.
Un miliardesimo di secondo dopo quel rumore di scarpa, trapassò le mie orecchie un piccolo rumorino metallico, freddo e secco. Ora i miei occhi si chiusero mentre il grilletto scattava. Sarebbe stato altrettanto secco, se non fosse stato per l'eco del grande parcheggio multipiano in cui mi trovavo, il colpo fragoroso dello sparo che seguì, separato dal "cling" precedente da un silenzio immobile in tutto l'universo tranne all'interno della pistola che scattò inesorabile.
Sotto la spinta irresistibile della propulsione, il proiettile fu sputato fuori dall'arma, mentre il bossolo scartava verso l'alto, di lato, incandescente.
La munizione; un innocuo pezzo di metallo, che non spaventerebbe nessuno in condizioni di quiete. La munizione attraversò senza subire deviazioni apprezzabili lo spazio che separava il punto A, rappresentato dalla pistola, dal punto B, che si apprestava ad essere qualsiasi cosa che implicasse nella traiettoria l'ammissione del punto P, che aveva il dannato vizio di identificarsi con me.
E all'improvviso... un morso. Un urlo gelido attraverso me.
Non muovo un muscolo, lo sguardo non è di dolore. È di stupore.
Rimango fermo in piedi, esattamente come ero un secondo prima. Come se nulla fosse successo. In fondo la stragrande maggioranza del mio corpo non è stato danneggiata, soltanto una barretta di carne e sangue...
Una goccia di sangue zampilla più violentemente dal mio corpo che si tinge di rosso, salta il precipizio e si infrange per terra, con un rumore troppo leggero per essere udito dal mio orecchio... o è il mio orecchio che è oramai troppo pesante per udire.
Senza far più nulla cado semplicemente in avanti, mi schianto contro il pavimento.
Sento dei passi avvicinarmisi per controllare se il lavoro è finito, se ci si è guadagnato anche per oggi il pane. Non ho più nulla da fare se non morire.
Con un ultimo sforzo pronuncio quello che più mi aveva fatto faticare. Il risultato finale dello sforzo di una vita. Il prodotto che finalmente avevo nel meccanismo intricatissimo che ero riuscito a costruire.
Sibilai con un rantolo: "Uguale Zero".