Come nuvola nell’essenzialità della polvere.
La ruota del mulino avrebbe girato finché la corrente del fiume ne avrebbe avuto la forza. Allo stesso modo lui avrebbe continuato a disciogliere i colori del mondo fino a quando l’intuito non lo avesse abbandonato. Cromatismo fluido di giorni perduti. Il passato non lo avrebbe mai abbandonato né lui lo avrebbe permesso. Cantava così Francesco, come un gallo che dia la sveglia al tramonto e si nasconda al primo albeggiare. Era nato stonato e non sarebbe mai cambiato. Di scale da comporre ne avrebbe avute, e in ognuna non sarebbe mai mancata una nota fuori posto. Non nascondeva la sua fragilità cercando di avvelenarla con la perfezione. Non sapeva cosa farsene della perfezione, avrebbe preferito soffrire ogni istante piuttosto che smettere di sospirare. Estrosa fragranza primaverile nuotava in un oceano di stelle e sassi. La realtà smetteva di restargli vicino nel momento in cui cessava di crederci, semplice costruzione sulle sabbie mobili del tempo. Scolpiva castelli nel ghiaccio, un ghiaccio fatto di false credenze e insensati pregiudizi, e si fermava, aspettando l’arrivo del sole per ammirarli disciogliersi di fronte ad occhi sconfitti. Girovago astro del firmamento, convinto che non esistesse nell’infinito la sua luna piangeva sotto il sole e sorrideva alla pioggia. Chissà dove sei ora, solitario artigiano. Forse chiuso nella tua bottega, fabbricando sogni e fantasie per chi ha già guardato nello specchio d’acqua tremolante, innamorandosi di una fuggevole immagine di un mondo non ancora dipinto.