Ero appena fuggito da quel pazzo di un poliziotto, non riuscivo a togliermi dalla mente le sagome deformate dalla caduta e imbrattate di sangue di quei due ragazzi, non avrei avuto il coraggio di buttarli da quel tetto, li avrei fermati e avrei estorto loro le informazioni che mi servivano, ma invece con quanta freddezza il poliziotto li aveva buttati giù e loro come dei sacchi pieni di farina si erano lasciati spingere , avevano abbozzato un urlo ed erano morti stupidamente, una fine simile aspettava me probabilmente ed era vicina, camminava su dolci scarpette rosa con lacci bianchi, ma cadenzava il passo strisciando e non ballando. Stavamo impazzendo tutti quanti.
I palazzi disabitati mi circondavano, alti non più di quattro o cinque piani. Un quartiere che anche in tempi civili doveva essere piuttosto angosciante, ora mi stringeva crudelmente il cuore. Ogni attimo sentivo sempre più invitante l’idea di lasciarmi cadere sulle ginocchia, scoppiare a piangere, urlare, chiamarle e farla finita così, senza dover combattere, senza altro terrore e addio bunker, addio alle mie navi e al mio sottomarino.
Camminavo lentamente e vedevo quelle bambine dovunque, lo sguardo animale, furioso, sanguinario. Le vedevo corrermi addosso e staccarmi un braccio come fosse un pezzo di carta e neanche una parola di odio, un grugnito di fame, un urlo per giustificare tanta violenza.
E nel mezzo di tante suggestioni, percepii qualcosa che era vero, era la morte che avevo invocato. Gli occhi mi si riempirono di lacrime, stavo per crollare, non riuscivo a reggere a lungo quella situazione. Qualcosa stava venendo verso la strada dove mi trovavo, facendosi trasportare da invisibili fili di un istinto alieno per una via che si apriva tra due orrendi scheletri di calcestruzzo armato. Non c’era ritmo nei movimenti, e pur se i rumori sembravano lenti, quel qualcosa si avvicinava molto in fretta.
Poi un passo alla mia sinistra mi fece trasalire, chiusi gli occhi, era un piccolo passo leggero. Da quel che avevo sentito, bisognava controllarsi, non fare scatti, un movimento troppo veloce attivava i loro riflessi come quelli di un gatto. Ma non avrei accettato di finire così i miei giorni, senza capire neanche cosa mi fosse successo, per quanto potesse essere importante nell’eterno oblio.
Voltai il busto e lo sentii cigolare come una portiera non oliata, poi le gambe accompagnaro la rotazione e quand’ebbi il coraggio di mettere a fuoco ciò che avevo a fianco mi trovai davanti una bambina, una bella bambina snella, con i capelli biondi e lisci, gli occhi splendenti come il cristallo, di un azzurro mozzafiato, seria eppure ancora dolce, mi ricordò lo sguardo di mia madre.
“Vieni con me.” Mi prese per mano e io la seguii, attraversammo una palizzata di legno che correva intorno ad un palazzo, creando un triste corridoio all’aperto. Spinse con la manina una porta di legno e la aprii appena quel tanto che bastava a farci passare, un volta dentro accostò nuovamente l’uscio, senza preoccuparsi di far scattare la serratura.
La stanza era quasi del tutto vuota, una rampa di scale semi distrutta saliva verso il primo piano. Vi erano cinque finestre, tre di queste erano barricate con delle assi, ma le due ai lati della porta che avevamo attraversato non contrapponevano neanche un vetro alla minaccia che proveniva dall’esterno. L’intonaco biancastro resisteva solo in pochi angoli, polvere, stracci e sporcizia si ammassava un po’ dovunque sul pavimento.
La bambina mi portò vicino alla finestra alla sinistra della porta, sotto la quale era disteso un lenzuolo da campeggio blu.
“Chi sei?” nella mia voce c’era quasi disperazione.
Ma lei mi interruppe portandosi l’indice alle labbra. “Se ci sentono vengono qui.” Poi mi fece sedere sotto la finestra “Adesso dormiamo un po’.” Mi sdraiai e così fece anche lei, si accoccolò vicino a me, io la abbracciai e così rimanemmo per un’eternità. Sentivo il suo respiro quieto e regolare mischiarsi al battere furioso e assordante del mio cuore nelle orecchie.
Proiettavo la mia immaginazione negli occhi di quei mostri, vedo l’apertura nella palizzata di legno che si allinea perfettamente con la finestra sotto cui dormiamo e inizio a chiedermi se non hanno anche una vista a raggi x, o un olfatto da segugio. Ma già ora qualcosa era cambiato, non mi sarei arreso, avrei sacrificato la mia vita per quell’angelo che stavo abbracciando, le avrei permesso di fuggire, di nascondersi sotto un’altra finestra per salvare qualche altro disperato.
Un brivido corse lungo la schiena della piccola e nello stesso istante i miei polmoni rimasero congelati. L’aborto che avevo sentito percorrere la strada vicino alla mia era infine giunto per rivendicare la mia carne. Si spingeva innaturalmente, contraeva i muscoli con spasmi chimici, una rana a cui veniva fatto l’elettroshock per farla saltare. Il respiro usciva gorgogliante e rientrava soffocato. Strinsi a me la bambina e chiusi gli occhi iniziando a pregare che non si fermasse, che continuasse per la sua strada e ci concedesse un altro giorno di vita.
Ma il mostro si fermò, poteva essere dall’altro lato della strada o accanto alla nostra finestra, il suo rantolo riempiva lo spazio. Continuò a torturarci, immobile da qualche parte vicino a noi, emettendo suoni distorti di vita.
La mia salvatrice tremava leggermente, non si poteva reprimere l’orrore di quel momento. Iniziai a contare i secondi che passavano, sperando di abbreviare la sofferenza ma di fatto rendendo il tempo infinito. Trascorsero venti minuti e la bambina si addormentò, l’immonda creatura ancora in attesa che ci tradissimo. Mi chiesi perché ci trovavamo al piano terra e non avessimo salito le scale. Mi chiesi anche cosa avremmo dovuto fare dopo, sperai che la bambina lo sapesse, che mi prendesse per mano e mi portasse al mio bunker, nel deserto.
Poi anch’io mi arresi al torpore e a poco a poco scivolai verso un nero e turbinoso mondo dei sogni, popolato da creature mostruose che potevo ferire, da personaggi filiformi che saltavano tra i palazzi e non cadevano mai e tutti cercavamo disperatamente di raggiungere una piccola bambina dai capelli biondi e due gioielli al posto degli occhi.